L’Ombra della personalità



La dichiarazione integrale di Henry Jekyll sul suo caso 


Sono nato nel 18 - destinato a ereditare un ingente patrimonio, ricco di doti, laborioso per natura e animato dall’ambizione di guadagnarmi la stima dei migliori e più sapienti tra i miei simili: insomma, tutto nella mia vita lasciava supporre che avrei avuto un futuro brillante, pieno di onori. Il mio peggior difetto, in verità, era una certa intrattenibile vivacità di carattere che molti apprezzavano, ma che io trovavo difficile conciliare con il mio proposito di andare sempre a testa alta, e di mantenere in pubblico un contegno austero. Presi così l’abitudine di dedicarmi ai miei svaghi di nascosto, e quando, giunta l’età dei primi bilanci, cominciai a valutare i progressi che avevo fatto e la posizione che avevo raggiunto nel mondo, mi accorsi che la mia vita era già segnata da una profonda doppiezza. Molti avrebbero addirittura fatto un vanto delle sregolatezze per cui io mi sentivo in colpa, ma, dall’alto delle mie vedute , io ne provavo una vergogna morbosa, e facevo di tutto per tenerle segrete. Furono dunque le mie smodate ambizioni, più che la gravità dei miei difetti, a fare di me quello che ero, e a distinguere in me, con un taglio più netto che nelle altre persone, quelle regioni del bene e del male che insieme compongono e spartiscono la doppia natura umana. È questa ragione che mi ha spinto a riflettere a fondo e a lungo su quella dura legge dell’esistenza che è alle radici della religione e costituisce una delle più feconde sorgenti di sofferenza. Nonostante la duplicità della mia indole, non ero per nulla ipocrita: entrambi i lati della mia personalità erano sinceri, e io ero me stesso sia quando mettevo da parte la moderazione e mi abbandonavo al piacere, tormentato poi dal rimorso, sia quando, alla luce del sole, lavoravo per il progresso della medicina e il bene dell’umanità. (...) 

Ogni giorno tanto il mio senso etico quanto le mie indagini scientifiche mi avvicinavano gradualmente a quella verità la cui parziale scoperta ha causato la mia rovina: l’essere umano in realtà non è uno, ma doppio. E dico doppio perché qui si fermano le mie conoscenze. Verranno altri che mi supereranno in questo campo, e io credo che in futuro l’uomo risulterà essere un insieme di molteplici individui incoerenti, indipendenti gli uni dagli altri. Io, data la mia esperienza, ho fatto costanti progressi in un’unica direzione, e ho scoperto una dualità radicale e innata prima di tutto in me stesso e nell’ambito della mia vita morale. Ho capito che, se si poteva identificarmi indifferentemente con l’una o l’altra delle personalità che si contendevano la mia coscienza, questo dipendeva dal fatto che io ero entrambe. Molto tempo fa, prima ancora che i risultati delle mie indagini scientifiche avessero iniziato a suggerirmi la mera possibilità di un tale miracolo, indugiavo, come in un sogno a occhi aperti, sull’idea di tentare una separazione tra queste due componenti. Se ciascuna, mi dicevo, avesse potuto incarnarsi in un’entità distinta, la vita sarebbe stata più sopportabile: l’ingiusto sarebbe andato per la sua strada, libero dai rimorsi e dalle aspirazioni del gemello integerrimo, e il giusto avrebbe perseguito con passo fermo e deciso la via del bene, dedito esclusivamente alle buone azioni di cui si compiace, senza doversi più far carico della vergogna e della pena di un male a lui estraneo.”



INDICE







Introduzione al tema dell’Ombra

La nozione di Ombra è un importante contributo per la teoria e la pratica della psicologia analitica. Il modo in cui è stata compresa si è sviluppato secondo linee coerenti all’orientamento classico, evolutivo o archetipico dei vari autori junghiani. Il confronto con l’ombra rimane uno dei punti cardine dell’analisi junghiana. Esso implica “mettere in dubbio le illusioni su di sé a cui si aderisce di più e che hanno fondato l’autostima e il senso di identità personale”. 

Nel senso più generale si può definire l’ombra come un riferimento all’oscurità dell’inconscio, a tutto ciò che di positivo e di negativo viene rifiutato, ma anche a quanto non è mai affiorato né forse mai affiorerà alla coscienza. Affrontare questo lato oscuro significa confrontarsi con l’inaccettabile, l’indesiderabile, le parti non sviluppate di noi stessi, il vile, l’inflazionato, il menomato, il cieco, il crudele, il brutto, l’inferiore ma  significa anche scoprire i potenziali per un successivo sviluppo di cui non siamo coscienti. Per Jung il tentativo di adattarci alle nostre famiglie e ai valori storici e culturali determina lo sviluppo di una Persona, intesa come una maschera che facilita l’adattamento, struttura necessaria di relazione. 

Ai fini dell’adattamento, gli aspetti considerati inaccettabili sono spesso negati, rimossi o scissi dalla personalità in via di sviluppo. Come risultato essi possono subire torture, ferite, menomazioni e recedere nel “buio” dove possono essere uccisi o sepolti. Altri lati potenziali del sé che mai sono stati consci possono ugualmente divenire oggetto di resistenza e non maturare verso relazioni consce all’interno della personalità. Questo processo dinamico contribuisce a formare la parte della psiche che Jung chiamava Ombra. In contrasto con questo esilio in un mondo infero l’ombra continua a svolgere un ruolo dinamico nella nostra vita psicologica. Jung esplorò il modo in cui l’ombra giunge alla coscienza, spesso attraverso irruzioni irrazionali che la ostacolano e le si oppongono. Il comportamento da trickster, per Jung figura collettiva dell’ombra, folletto che agisce come se avesse una sua propria mente autonoma, respinge la vita cosciente verso un movimento retrogrado, dove qualcosa in contrasto al volere personale sembra avere potere e controllo. Poi l’ombra compare nei sogni, nelle proiezioni, nel transfert e nel controtransfert.  Se da un lato essa sembra resistere alla coscienza, dall’altro la insegue con il carattere del contrasto, della sfida e della minaccia per l’Io, spesso lasciando la persona terrorizzata e in ritirata. L’angoscia nei confronti dell’ombra dunque non sorprende. Vi sono limiti però per ciò che l'analisi può raggiungere, la qual cosa interroga le nostre zelanti aspettative. In tali situazioni, l’analista può essere chiamato a stare “con il paziente dentro e attraverso la perdita, il dolore, la disperazione e le esperienze tragiche della vita, e essere compagnia sulla nave della morte testimone silente dei limiti dell’analisi e delle speranze e sogni dell’anima umana. “morte Nonostante ciò, ci saranno momenti in cui la “” che abbiamo davanti può rivelarsi simbolica. Annunciando un processo alchemico di mortificatio e di putrefactio che può portare al rinnovamento e all’aprirsi di una profonda vita simbolica. Stein ha osservato che “le persone in analisi  sono esplicitamente o implicitamente chiamate a una ricettività verso l'inconscio - verso la parte meno razionale, più ambigua e spesso misteriosa della personalità.” ombra È importante che anche l'analista sia preparato ad avventurarsi nei recessi più oscuri dell’ come partecipante e guida capace di restare fermo, presente, nell’accompagnare e facilitare il confronto con gli aspetti più oscuri della vita psichica. In tale attività, le figure d’ombra possono mostrarsi compensatorie o complementari alla posizione unilaterale della coscienza, e confrontarle può portare a una personalità più integrata. Per Marlan: “L’ombra può essere socialmente inaccettabile e male, dunque è importante che sia presa sulle nostre spalle, che non proiettiamo le nostre parti inaccettabili sugli altri e le agiamo. Questo chiama ad una responsabilità etica.” Erich Neumann considerava l’ombra un’istanza etica e morale di primaria importanza. Sviluppando le idee di Jung in una dimensione etica Neumann individuò una tendenza fondamentale della psiche che chiamò centroversione, - un aspetto dinamico del sé che può ampliare e bilanciare la personalità.


Una difficoltà nel concepire l’idea di Ombra in Jung è connessa alla doppia modalità del suo discorso: una riduttivo razionale e l’altra prospettica. Queste sono spesso immaginate come diametralmente opposte e generano una serie complessa di prospettive dalla personale alla archetipica, dalla scientifica alla mitologica, dalla causale-riduttiva alla teleologica. 

Per Samuels è arduo integrare in un singolo modello i due stili di linguaggio, che possono essere intesi come uno l’ombra dell’altro. Per Jung la prospettiva di elevarsi al di sopra di immagini e simboli con astrazioni concettuali tramite scienza filosofia e religione era dubbia. Egli cercò piuttosto di legarli insieme e mantenere nei suoi discorsi la tensione della vita psichica in modo da produrre una possibilità paradossale e trascendente ma concreta. Questo rappresenta il tentativo di restare connesso, vicino all’ombra e alla vita immaginativa. Per Jung erano importanti il pensiero e la teoria ma anche il sogno, senza per questo credere ingenuamente nel letteralismo dell'inconscio. I linguaggi tecnici di filosofia, scienza e teologia potevano facilmente cadere in un eccesso di unilateralità, forzando altri modi del discorso nella loro Ombra. Uno dei principali contributi di Jung è l’uso della personificazione in cui tenta di conservare la qualità immaginativa nel pensiero. Ne consegue una particolare enfasi sull'immaginazione concreta dell’ombra. Negli studi sull'alchimia illustrò come il lavoro del confronto con l’ombra sia l’unione paradossale con gli opposti, e il centro del lavoro psicologico. 

Persona e Proiezione in rapporto con l’Ombra

La dinamica dell’ombra si collega con una serie di fenomeni  psicologici. Un primo fenomeno, la proiezione, consiste in un trasferimento di parti psichiche proprie ma non riconosciute su ciò che è fuori di sé, sul mondo esterno secondo una modalità del tutto inconscia; Jung scrive che essa è “trasferimento di un processo soggettivo in un oggetto (…) può trattarsi tanto di contenuti penosi, incompatibili, dei quali il soggetto si disfa mediante la proiezione, quanto di valori positivi che sono inaccessibili al soggetto per un motivo qualsiasi, ad esempio per sottovalutazione di sé.” Nella terapia analitica si richiede che tale meccanismo subisca una progressiva riduzione e le parti proiettate siano riconosciute come proprie, in un processo di presa di coscienza. 

Anche il tema della persona è legato alla proiezione e all’ombra. Essa, come scrive Jung, è “moneta sonante” nel senso che sul piano sociale e collettivo è funzionale ed efficace per l’adattamento alle relazioni con il mondo esterno. L’ombra si contrappone alla Persona proprio perché parte non adattabile, sempre goffa, inadeguata e inefficace nelle relazioni mondane, e non migliorabile. Jung in un passaggio illustra così la persona: “Il falso Io è una personalità acquisita, sorta da opinioni errate. Si potrebbe designare questo falso Io come ‘Persona’ cioè come quella rappresentazione complessiva del nostro essere che noi ci siamo formati in base all’esperienza delle influenze esercitate da questo su di noi. La Persona indica ciò che uno appare a sé e al mondo circostante e non ciò che uno è.Ombra e Persona stanno in un profondo rapporto dinamico. È importante altresì sottolineare che, a differenza dell’Ombra, principale portatrice di contenuti personali, il carattere della Persona non è affatto personale; è bensì collettivo, tipizzato, come la maschera; esso è in consonanza con le circostanze e le aspettative generali. L’uomo identificato con la propria Persona “è individuale come ogni essere; ma inconsciamente. Attraverso la sua identificazione più o meno completa con l’atteggiamento del momento egli inganna per lo meno gli altri, sovente anche sé stesso, circa il suo vero carattere; assume una maschera, conscio che essa corrisponde da un lato alle sue intenzioni, dall’altro alle esigenze e alle opinioni del suo ambiente: e in ciò prevale ora l’uno, ora l’altro fattore. Questa maschera, cioè questo atteggiamento assunto ad hoc, io l’ho chiamato Persona, dal nome della maschera che mettevano gli attori dell’antichità (…).La Persona è perciò un complesso di funzioni che, costituitosi per ragioni di adattamento o per bisogno di comodità, non è tuttavia identico all’individualità. Il complesso della Persona si riferisce esclusivamente al rapporto con gli oggetti”. soggettoTrovo interessante il fatto che Jung avvicina il termine al termine Ombra. Egli scrive: “Per soggetto io intendo anzitutto quei vaghi e oscuri moti, sentimenti, pensieri e sensazioni che non possiamo dimostrare come provenienti dalla continuità dell’esperienza cosciente dell’oggetto, ma che affiorano, piuttosto, come elementi perturbatori e inibitori, talora anche come elementi favorevoli, dalle oscurità del mondo interiore, dal fondo e dai recessi della coscienza, e che nel loro complesso costituiscono la percezione della vita dell’inconscio. Il soggetto, inteso come ‘oggetto interno’, è l’inconscio; (...) come la Persona, in quanto espressione dell’adattamento all’ambiente, è di solito fortemente plasmata e influenzata dall’ambiente stesso, così anche l’anima è in larga misura modellata dall’inconscio e dalle sue qualità. Avviene però un fenomeno degno di nota, che indica come un’identificazione troppo parziale con la Persona generi l’essere posseduto dalle dinamiche inconsce. (…) L’identità con la Persona determina automaticamente un’identità inconscia con l’anima, giacché se il soggetto, l’Io, non è differenziato dalla Persona, esso non ha neppure rapporto cosciente con i processi dell’inconscio; (…) colui che è assolutamente identico con la parte che esplica nella vita esterna, è anche inevitabilmente preda dei processi interiori”. Persona Un uomo dominato dalla Persona è dunque preda di conflitti in continua oscillazione, uno stato di tensione che tende ad una soluzione proveniente dall’Ombra. Interessante notare che nella precedente citazione la dimensione interna opposta alla è denominata anima, con l’iniziale minuscola: dimensione del soggetto, contrapposta alla conoscenza degli oggetti esterni. Gradualmente il processo di confronto con l’ombra lascia intravedere altre figure: l’Anima e l’Animus. Come scrive Jung, solo il confronto con le oscurità confuse del soggetto, con l’ombra permette di differenziare gradualmente Anima ed Animus. Una soggettività indifferenziata non rende distinguibili infatti dall’ombra tali figure dell’interiorità. Per Jung la questione della Persona è dunque centrale per l’uomo contemporaneo che è, dal punto di vista psichico, unilaterale. Tutto lo sviluppo moderno è centrato sulla dimensione della realtà esterna, il mondo esterno e la tecnica. Questa unilateralità è fonte di continue “posizioni antitetiche, generatrici di illusioni”. Ma “l’unilateralità che ne consegue può però essere eliminata da ciò che ho definito col termine di realizzazione dell’ombra. Per definire questa operazione si sarebbe potuto escogitare facilmente un ibrido greco-latino che avesse un suono meno poetico e più scientifico. Motivi pratici sconsigliano però dall’intraprendere iniziative del genere in psicologia, se non altro quando si tratta di problemi eminentemente pratici. E tra questi problemi rientra la ‘realizzazione dell’ombra’, la percezione della parte inferiore della personalità, che non può essere falsata in un fenomeno intellettualistico perché rappresenta un’esperienza e una sofferenza che coinvolge tutto quanto l’uomo. Il linguaggio poetico ha espresso in modo così calzante e così plastico nel termine di “Ombra” la natura di ciò che dev’essere compreso e assimilato, che sarebbe quasi presuntuoso voler sopprimere l’uso di questo vocabolo così pregnante. Già l’espressione ‘parte inferiore della Personalità’ è inadatta e fuorviante, mentre invece il termine ‘Ombra’ non presume niente che lo possa definire quanto al contenuto. ‘L’uomo senz’ombra’ infatti è il tipo d’uomo statisticamente più frequente, che vaneggia d’essere soltanto ciò che preferisce di sé.”



Il confronto con l’Ombra nella pratica analitica

"Identificarsi con l'Ombra, unirsi con l'Ombra, con le pulsioni, porta a sacrificare l'Io. L'Io avverte il pericolo di questo sovvertimento, e questa è la ragione della impopolarità di una psicologia che insiste sul lato oscuro.” Questa citazione è un chiaro monito per cui la minaccia per l’Io è sempre attiva. Le religioni vi rispondono in modo protettivo e apotropaico nei rituali, per fede. La posizione della psicologia e dello psicologo postula un procedere per osservazione ed esperienza: Jung non manca di aggiungere alcune osservazioni sulla gestione dell’ombra come malattia professionale per l’analista.  L'analista è forse il più esposto al confronto con l'ombra. Chi viene in terapia ha spesso “un’ombra densa e nera” che grava sul terapeuta e produce due possibili esiti, due orientamenti osservati tra gli analisti. Un primo tipo di analista è clinicamente capace e creativo, ma non si propone mai di pubblicare:  il peso della propria Ombra non è alleviato dal fatto che ciascuno ne possieda una! Al contrario un secondo tipo di analista, meno dotato e creativo, è tuttavia sollevato dal sapere che l’ombra appartiene a ciascuno; è un tipo che pubblica molto copiosamente. Entrambi, a parere di Jung, sono privi di equilibrio; così scrive: "alcuni li lega al mondo, altri li allontana dal mondo, (...) alcuni si sentono alleggeriti, altri aggravati." La coscienza di possedere ciò che è comune agli esseri umani è sollievo per alcuni, aggravio per altri: il sentimento di sé e del proprio valore si riduce ulteriormente, schiacciato dal peso della responsabilità. 

Una fondamentale indicazione sulla procedura da tenere nella pratica analitica ci viene da Jung: “se si cura un paziente nel modo su citato, la funzione di pilota è svolta dall'inconscio, ma il senso critico la scelta e la decisione spettano alla coscienza. Se le decisioni prese cadono a proposito, la conferma viene dai sogni, i quali indicano il progresso compiuto; in caso contrario ci sarà una correzione, dovuta all'inconscio. Il trattamento si svolge quindi come una sorta di continuo colloquio con l'inconscio.”  

Sempre sul piano delle indicazioni per la pratica, Jung sostiene che l’esperienza lo ha indotto nel confronto con la pratica psicoanalitica, ad oltrepassare la posizione secondo cui la terapia è delimitata dal solo momento analitico. Egli ritiene opportuno accompagnare il paziente attraverso una ulteriore fase di sintesi. Le differenze di metodo tra sé e Freud in questo senso sono così esplicitate: "Freud trascura che l'uomo non ce la fa da solo; la scoperta dell'inconscio comporta un grande dolore spirituale e la guarigione è relazionale e religiosa". Tale affermazione comporta un ampliamento e una peculiarità del modello terapeutico, che apre alla dimensione religiosa. Questa estensione del modello è espressa nella suddivisione quadripartita del suo modello terapeutico (i quattro stadi sono: confessione, interpretazione, educazione, individuazione). Un modello delle fasi terapeutiche ha comunque un valore relativo: “in terapia la personalità del terapeuta si esprime in toto volente o nolente.” Michael Fordham, noto caposcuola della linea evolutiva, analista della scuola inglese, in un articolo del 1965, scrive che il terapeuta deve "accompagnare" il paziente attraverso il riconoscimento dell'ombra. Il problema clinico che si pone è il seguente: giunti ad una certa fase della terapia, è opportuno lasciare il paziente alle prese con il materiale inconscio emerso oppure accompagnarlo soddisfacendo il bisogno di dipendenza?  Mi pare un’osservazione che riprende con altro linguaggio quella osservazione pratica di Jung. Ma rimane la questione del senso di questo “accompagnare” il paziente al processo di trasformazione e incontro con l’ombra. Jung scrive: “Occorre come medico accompagnare il paziente lungo la via della malattia. Seguire la malattia nell'inconscio, permette l'emergere di meccanismi inconsci esistenti da sempre, dentro gli archetipi, che si attivano come meccanismi di difesa istintivi, come idee soccorritrici esistenti da sempre, efficaci.” Ritrovato l'accesso alle fonti della vita psichica può avvenire un cambiamento. Scrive Jung : “secondo la mia esperienza è di considerevole importanza che i simboli miranti alla totalità vengano giustamente compresi dal medico. Infatti essi costituiscono il rimedio con cui si possono eliminare le dissociazioni nevrotiche, riconducendo alla coscienza quello spirito e quell’atteggiamento che sempre furono sentiti dall’umanità come liberatori e risanatori. Sono ‘representations, collectives’ che fin dai tempi più remoti facilitarono il tanto necessario collegamento della coscienza con l’inconscio. Quest’unione non si può compiere in modo né intellettuale né puramente pratico; perché nel primo caso si ribella la sfera istintiva, nel secondo si oppongono ragione e morale. Ogni dissociazione nel campo delle nevrosi psicogene deriva da una simile opposizione che può essere ridotta all’unità solo attraverso il simbolo.

Quanto sopra citato permette di comprendere il motivo della centralità attribuita da Jung alle fonti storiche, in quanto le varie manifestazioni della storia umana, i riti e le credenze illustrano la natura dei processi fondamentali della psiche collettiva. Tali strumenti sono preziosi nelle mani del terapeuta. A riprova Jung stesso vi si è dedicato costantemente come mostrano gli approfonditi studi sull’alchimia e sul significato psicologico della dogmatica cristiana. 

Nella pratica clinica il processo di riconoscimento dell’ombra e di confronto con le forze inconsce favorisce poi il pericolo d’inflazione dell’Io. Attenuandosi infatti l’identificazione con la Persona nel processo di confronto con l’ombra, si produce una progressiva identificazione con parti collettive dell'inconscio energeticamente cariche che pertanto inflazionano l’Io. Tale fase in terapia deve concludersi perché possa prodursi un buon esito della terapia. L’intensità e l’autonomia con cui le componenti inconsce vengono sperimentate dall’Io è travolgente; i riferimenti storici sulle credenze popolari ne sono testimonianza: si fa riferimento a una forza “Mana” , a figure dell’immaginario collettivo dotate di poteri nascosti e magici, a maghi e fattucchiere. I contenuti dell’inconscio, carichi di energia e autonomi rispetto alla coscienza, come Ombra, Anima, Mana esprimono le dominanti inconsce, sempre minacciose e potenzialmente distruttive per l’Io.  L’inflazione dell’Io comunque è sempre dietro l’angolo anche se tali autonomi contenuti, non adeguatamente valutati, vengono ridotti ad un “niente altro che”. La coscienza inflazionata viene ridimensionata dall’autonomia dei contenuti inconsci: "se si pone con arroganza riceve arroganza”. La strada più ardua dell’integrazione dell’ombra è sgradevole ma necessaria per curare la dissociazione di parti psichiche. Nella nevrosi infatti  "invariabilmente è presente un'ombra densa e nera". La terapia consiste nel cercare in quale modo la personalità cosciente e l'ombra possano convivere. Infatti, sostiene Jung, "giunti a una nevrosi l'ombra è sempre intensificata, per guarire è sempre necessario cercare in quale modo Ombra e personalità cosciente possano convivere." Eppure l'ombra non contiene solo il male ma anche innocui, goffi aspetti dal carattere primitivo e inferiore. In essa si possono riconoscere belle qualità della vita in quanto naturali e spontanee, anche se “inferiori”. Con enfasi Jung rimarca che il grande pericolo dell'uomo contemporaneo è proprio la perdita dei legami che ci attaccano alla terra. Ne consegue la necessità di una nuova, più evoluta sintesi tra coscienza dell’Io e parte naturale inconscia nell’ombra.




L’analogia alchemica come metafora del lavoro sull’Ombra

Dagli anni ’40 in poi Jung propone alcuni importanti scritti sulla relazione tra alchimia e modello psicoterapeutico. Collezionando e studiando libri antichi sull'argomento, vi riscoprì quella che lui denomina conoscenza "per esperienza", alternativa alla conoscenza "per fede". L'Opus Alchemicum, così come viene descritto nei testi da lui esaminati, è un operare per mettere a confronto e fare interagire opposte istanze della psiche, immaginativamente rappresentate e proiettate sui materiali dell'opus e sulle figure mitologiche.  Questo attivo operare, per via di metafora, sul conflitto e sullo scontro di "materiali reali e mitologici" con il fine di unirli per produrre un terzo elemento assai prezioso, è al centro di un’equivalenza sul piano dell’esperienza psicologica. Essa induce l’attivazione di una trasformazione psichica, che ha per fine la cura della dissociazione e rappresenta un’analogia con i problemi della moderna psicoterapia.

Alcuni punti fermi di questo modello sono di seguito elencati. 

1. La psiche naturale dispone di funzioni curative: dalle profondità psichiche dell'inconscio si attivano infatti risorse in soccorso della dissociazione psichica, tramite la funzione trascendente. 

2. La posizione "empirica": la scelta della psicologia è una conoscenza “per esperienza” e non “per fede”. 

3. La posizione individuale: lo psicologo è contro il collettivo, a favore dell'esperienza, diretta e individuale. 

4. L’importanza dell’immaginazione; la forma che prende il necessario (ai fini curativi) dialogo tra istanze psichiche è per immagini, non per concetti; è “la ricchezza figurativa dell’inconscio.”

Dall’Ombra ad una teoria complessiva della cura


Dalla fenomenologia dell’ombra, progressivamente nel corso degli anni gli scritti di Jung presentano una riflessione ampia sulla funzione della psicologia in rapporto all’uomo nella sua interezza. Jung propone una visione d’insieme in merito alla cura della nevrosi che così è espressa nel seguente passo: "occorre riportare ad una prospettiva densa di significato il lato in Ombra della natura. Meno ipocrisia, e maggior conoscenza di sé sono la via".processo La cura dunque è il ristabilire un rapporto equilibrato tra le componenti della psiche, a seguito del ritiro delle proiezioni. Viene postulata una moralità naturale, che la mente può violare, e che la coscienza, scissa e resasi autarchica in modo volontaristico, non ha. Questo viene accennato sin dai primi scritti: è necessario raggiungere un equilibrio tra l’Io e il resto della personalità. Infrangerlo implica aprire la strada alla psicopatologia. Questo discorso ci introduce alla domanda su quale via ci sia per una cura. Jung si affida ad un processo di trasformazione della personalità. Tale processo prende il nome di d'individuazione ed opera tramite la funzione trascendente attraverso un’integrazione tra io e non-io psicologico. 

Scrive Jung: “Il decorso del processo di individuazione comincia di regola con la presa di coscienza dell’Ombra, cioè di una componente della personalità, che generalmente ha segno negativo. In questa personalità “inferiore” è contenuto tutto ciò che non vuole assolutamente aderire e adattarsi alle leggi e alle regole della vita cosciente. Essa è composta di “disobbedienza” e perciò è riprovata non solo per ragioni morali, ma anche per ragioni di opportunità. Un esame più accurato mostra che vi si trova, fra le altre, almeno una funzione che dovrebbe cooperare all’orientamento della coscienza. Essa coopera infatti, non certo nel senso di scopi e intenzioni coscienti, bensì nel senso di tendenze inconsce, che perseguono un’altra meta. E’ la quarta funzione, cosiddetta inferiore, che è autonoma di fronte alla coscienza e non si lascia porre al servizio di intenzioni coscienti. Essa è alla base d’ogni dissociazione nevrotica e può essere congiunta con la coscienza solo quando anche i corrispondenti contenuti inconsci si fanno coscienti. Ma questa integrazione può riuscire ad essere condotta a un’utile conclusione soltanto se si riconoscano, in certo senso e misura e con la necessaria critica, le tendenze che a ciò si collegano, e se ne agevoli la realizzazione. Ciò porta alla disobbedienza e alla rivolta, ma anche alla necessaria indipendenza senza la quale l’individuazione è inconcepibile. (…) Il pericolo quasi inevitabile è quello di arenarsi nel conflitto e quindi nella dissociazione nevrotica”. Ma che cosa si intende per funzione trascendente e processo d’individuazione? Per Jung “la funzione trascendente non procede senza meta, (…) il processo ha per senso e meta la realizzazione della personalità, originariamente contenuta nel germe embrionale in tutti i suoi aspetti. È l’attuazione e il dispiegarsi dell’originaria totalità potenziale. I simboli che l’inconscio adopera a questo scopo sono gli stessi che l’umanità ha sempre usato per esprimere totalità, compimento e perfezione: sono di regola simboli della quaternità e del cerchio. Questo processo è stato da me definito processo d’individuazione. Il processo naturale dell’individuazione è diventato per me il modello del metodo di trattamento. La compensazione inconscia di uno stato nevrotico della coscienza contiene tutti gli elementi capaci di correggere efficacemente e fruttuosamente l’unilateralità della coscienza, quando questi elementi divengano coscienti, vale a dire siano intesi e integrati come realtà  nella coscienza.”  

In Mysterium coniunctionis poi l’ombra viene messa in relazione con  la personalità totale, il Sé, “concetto essenzialmente intuitivo”: Infatti, “il Sé è la somma ipotetica di una totalità indescrivibile, una metà della quale è costituita dalla coscienza dell’Io e l’altra dall’ombra. Quest’ultima, per quanto si possa stabilire empiricamente, si presenta perlopiù come una personalità inferiore o negativa. Essa comprende quella parte dell’inconscio collettivo che sconfina nella sfera personale, dove forma il cosiddetto inconscio personale. L’ombra rappresenta per così dire il ponte verso la figura dell’Anima che è solo relativamente personale, e, al di là di questa, verso le figure impersonali dell’inconscio collettivo.” Ombra diviene un termine per indicare tutto ciò che di psichico è non-Io. 

Riconosciuta l’esistenza di un "non-io psicologico, bestione scuro che la civiltà ricopre come una crosta" , Jung si pone la domanda su quale alternativa vi sia alla ormai inefficace e inattuale rimozione di questa parte psichica. La lettura di Jung è che nel corso dei secoli cristiani fino all’età moderna quest’ombra si è potuta contenere per via di una religione dal forte impatto simbolico, tale da consentire, tramite i suoi rituali, uno sfogo all'uomo primitivo (l’ombra). Una primaria funzione dei riti religiosi, infatti, è per Jung rappresentata dal contenere, reprimere e rimuovere l'ombra. Ricordiamo esempi di figure allora ben presenti sulla scena della coscienza: il Male, Satana, l'Anticristo. Con la modernità il simbolismo religioso, e con esso la sua funzione di sistema psicoterapeutico collettivo e sociale, perde di efficacia. Contemporaneamente sistemi laici e moderni, come le psicologie a base empirica e scientifica, ne prendono il posto in funzione psicoterapeutica. Questa argomentazione assegna un compito decisivo alla psicologia. E’ un compito arduo e sgradevole, ricorda Jung, perché opposto alla tendenza naturale orientata alla rimozione; la cura psicoterapeutica del disvelare ciò che è nascosto e segreto e del fare scienza di questa realtà del soggetto (la realtà dell’anima) si oppone alla rimozione e riconosce la realtà dell’ombra; Il tema è densamente sviluppato negli scritti sulla psicologia della religione e sull’alchimia, ad esempio Saggio di interpretazione del dogma della Trinità 1942/1947, Psicologia e Alchimia 1944, Il Simbolo Mercurio 1947.

Il ritiro delle proiezioni dai grandi sistemi metafisici lascia all’uomo contemporaneo la possibilità della conoscenza psicologica. La psicologia propone infatti strumenti che permettono di avvicinare i conflitti nel singolo individuo. Lo psicologo clinico deve occuparsi di conflitti esistenti tra l’Io (ciò che so o credo di me stesso) e un'ombra divenuta “densamente nera”, tra un bene e un male dentro l’individuo stesso. Il clinico deve tenere conto della realtà di questo conflitto tra istanze psichiche; senza disporre, per ragioni di metodo, della risposta "per fede". Oggi, insiste Jung, tramite una psicologia attenta all'inconscio, l'uomo può avviarsi lungo una strada nuova. Si tratta di una strada che cerca il senso non tramite la proiezione, tra istanze del bene e del male fuori da sé, bensì tramite un processo conoscitivo basato sul prendere su di sé, sul riconoscere come proprio, "l'ultimo dei fratelli", "il Cristo interiore": un aggancio con i dettami evangelici, prendersi cura dell'ultimo dei fratelli!. Un atteggiamento opposto alla conoscenza "per fede", ossia una "conoscenza per esperienza". Questa linea di ricerca è rintracciabile nelle testimonianze storiche di studi alchemici intensamente studiati da Jung e una linea del misticismo cristiano tedesco medievale che fa capo a Meister Eckhart e al così detto cristianesimo interiore recentemente ripreso da autori come Marco Vannini e Vito Mancuso.


Jung sviluppa inoltre una riflessione relativa all’emergenza di un nuovo principio ordinatore della coscienza umana, che evolve in relazione al confronto con l’ombra: “Tre delle quattro funzioni di orientamento stanno a disposizione della coscienza. Ciò concorda con l’esperienza psicologica (…) La particolare scissione sembra essere una conquista della civiltà e significa già una liberazione della coscienza da un troppo duro vincolo con lo spirito di gravità. Se la coscienza può lasciarsi dietro e persino dimenticare quella (quarta) funzione indissolubile dal passato e dalle radici notturne che giungono fino al regno animale, ha acquistato una nuova libertà non del tutto illusoria, per saltare oltre gli abissi con piede alato. Per mezzo dell’astrazione e nell’astrazione essa può liberarsi dal vincolo con le impressioni del senso, le emozioni, le idee fascinatrici e i presentimenti.”  Questo è il senso della funzione svolta dal principio organizzatore trinitario; è funzionale alla storia della civilizzazione e allo sviluppo della coscienza umana. La presa di distanza dall’ombra diviene però il punto dove la dissociazione della mente esercita la sua pressione:  “si tratta sempre di un mutamento relativo (…) Il legame con l’orientamento primitivo viene conservato, in quanto una parte della personalità rimane impigliata nella condizione precedente, cioè nell’incoscienza, e da questo momento costituisce l’ombra. Nella coscienza la mancanza si fa sensibile perché è assente almeno una delle quattro funzioni di orientamento, e precisamente quella contrapposta alla funzione superiore o principale.”  Una serie di premesse è anteposta allo scritto sul dogma della Trinità; egli era consapevole che toccare la dimensione religiosa con gli strumenti della psicologia e delle scienze era ed è tuttora inusuale.  Si tocca il rapporto tra fede ed esperienza (quest’ultima, propria del livello scientifico empirico). Scrive Jung in qualità di psicologo empirico: 

“L’uomo semplicemente credente e non pensante dimentica sempre che proprio lui si vede continuamente esposto al suo nemico primordiale, il dubbio; poiché là dove domina la fede, il dubbio è sempre in agguato. Invece per l’uomo che pensa, il dubbio è il benvenuto, servendogli come gradino preziosissimo a una migliore conoscenza ”.

Jung è mosso a portare avanti questa indagine dalle forti evidenze che riceve nella sua esperienza clinica: 

“Chi sa in quale stretto e importante rapporto stiano tali representations collectives, col bene e col male dell’anima umana, potrà comprendere facilmente che al simbolo centrale del cristianesimo spetti anzitutto un valore psicologico, poiché, se no, esso non avrebbe mai conseguito un’importanza universale .”

Il simbolismo correlato alla Trinità viene considerato come un organizzatore - archetipo - delle funzioni della coscienza. Esso ha rappresentato nel corso dei secoli l’organizzatore evolutivo per la coscienza nella civiltà cristiana europea. Lo stato primitivo è assenza di coscienza, buio, Ombra continua. L’ombra dunque fa paura, perché c’è il timore di un regresso allo stato di incoscienza. L’uscita dallo stato primitivo è stato sostenuto da un processo retto da un organizzatore inconscio che si riassume nel simbolismo del tre. Esso nella religione cristiana è simboleggiato appunto nel dogma della Trinità. La riflessione di Jung pone il contrasto tra il simbolo espresso nel dogma della Trinità e il simbolo della quaternità. Il saggio illustra la transizione in corso nell’epoca attuale; in essa si attenua l’efficacia dell’organizzatore inconscio basato sul simbolismo del tre (ove Natura e Ombra sono tenuti a distanza come quarto) e viene in auge il simbolismo del quattro che include l’ombra, la Natura, il femminile. La dinamica dell’ombra viene posta quindi al fondamento stesso del funzionamento psicologico, nella dialettica della coscienza umana, tra Io e inconscio. Nel modello proposto da Jung, perché possa realizzarsi una cura psicoterapeutica, è richiesta una transizione dalla funzione organizzatrice inconscia del tre, che sempre esclude l’ombra, al principio organizzatore della quaternità, che implica completezza e include l’integrazione dell’ombra naturale e la “considerazione” della quarta funzione tipologica. Lo sviluppo attuale della coscienza predispone ad una nuova consapevolezza: assumendo su di sé e “integrando” il carico dell’ombra, l’individuo può trovare una via per uscire dalla dissociazione. La religione per Jung è una doppia fonte: indicatore delle profonde radici del funzionamento psicologico umano e soluzione terapeutica tramite il simbolo “religioso”. L'esperienza religiosa “cura” la dissociazione. Jung affronta le difficoltà e i vantaggi che l’utilizzo del linguaggio delle religioni e delle mitologie comporta per mostrare la dimensione psicologica, sempre dinamicamente attiva anche se inconscia, dimostrando come si possa salvare in parte il linguaggio religioso, “degno vaso alla ricchezza figurativa dell’inconscio.” Esso, sembra asserire Jung, è per fortuna lontano dall’illusione razionalistica moderna, che favorisce o quanto meno avalla modalità dissociative. Includere il linguaggio religioso e recuperare il linguaggio della tradizione mitologica, simbolica e religiosa, ricco di sentimento oltre che di razionalità, è un movimento contrario alla dissociazione causata da un razionalismo eccessivo.

Occorre ricordare che “l’unione non si può compiere in modo né intellettuale né puramente pratico; perché nel primo caso si ribella la sfera istintiva, nel secondo si oppongono ragione e morale. Ogni dissociazione nel campo delle nevrosi psicogene deriva da una simile opposizione che può essere ridotta all’unità solo attraverso il simbolo.”  





Conclusioni


Le premesse storiche del discorso di Jung sono al centro di un interessante lavoro di Shamadasani: “In Wundt le leggi psicologiche scoperte dall’etnopsicologia non rappresentavano un campo operativo indipendente, bensì delle applicazioni di principi validi anche per la psicologia individuale. (...) Le lingue, la mitologia, la religione e le usanze (...) non erano il prodotto di un individuo, ma dell’anima di un popolo. Wundt avanzava una spiegazione psicologica della mitologia, la creazione dei miti aveva un’unica fonte psicologica: la personificazione. Essa consisteva nell’oggettivare la propria coscienza. Ogniqualvolta, quindi, i “primitivi” percepivano un movimento, supponevano che fosse il risultato di una volontà. In tal modo personificavano l’ambiente che li circondava. I miti venivano costruiti grazie a questo processo. La spiegazione psicologica della mitologia aveva a che fare con i processi più fondamentali all’opera in essa. La mitologia rappresentava la proiezione della psicologia umana sui fenomeni esterni. Lo studio della mitologia era importante perché “alcune rassomiglianze fondamentali” tra tutte le razze erano in essa più marcate, mentre le differenze tra le mitologie indicavano le diversità del “carattere morale fondamentale” tra i popoli.”

Anche il lavoro di Jung sulle dominanti del tre e della quaternità sono rintracciabili in uno storico tedesco, K.G. Lamprecht (1856-1915) di cui così scrive Shamdasani: “per Lamprecht il carattere di una data epoca era determinato dalla sua dominante, e il passaggio da un’epoca all’altra consisteva nell’ascesa e nel declino di dominanti particolari. Questo processo generale era universale. Nella vita dell’anima individuale un sentimento particolare governava e regolava tutti gli altri sentimenti, sensazioni e aspirazioni: era la dominante. Quando le epoche cambiavano, una nuova epoca creava nuove forme di esperienza psichica. La vecchia dominante perdeva il predominio e un’altra ne prendeva il posto. Certe epoche potevano essere definite epoche di dissociazione. In tali circostanze l’individualità si arrendeva alle influenze irresistibili di un nuovo mondo esterno. Ciò dava origine a nuove concezioni e alla trasformazione dell’Io. (...) di conseguenza, nuove forme di vita psichica diventavano consce. (...) la dominante che caratterizzava un’epoca era presente in ogni individuo e il mutamento storico della cultura in generale era allo stesso tempo un mutamento della psicologia dell’individuo.”



Il tema dell’ombra è enciclopedico, come Shamdasani definisce l’intero sforzo compiuto da Jung nella sua opera di fondazione di una psicologia moderna. Ma spero di avere acceso, nella molteplice ricchezza delle varie “luci” intorno all’ombra, alcuni sentieri che possono essere spunto di dibattito e di riflessione. È possibile comprendere come il lavoro con l’ombra è alla base stessa del percorso d’Individuazione, il “conoscere per esperienza” che permette una “conoscenza onesta.” In questo senso è al centro del modello terapeutico junghiano: “L’ombra e il contrasto sono le necessarie condizioni di ogni realizzazione. (…) La vita come processo energetico ha bisogno dei contrasti, senza i quali l’energia è impossibile. Bene e male non sono altro che gli aspetti etici di queste antitesi naturali.” Da tutto ciò che Jung ha scritto nel corso degli anni, l’ombra, termine da lui prescelto per il suo valore evocativo, è espressione concreta, immediata. Proprio nella pratica psicoterapeutica quotidiana emerge la complessità del tema. 


Concludo con una citazione già inserita in una parte delle pagine precedenti, che è anche un monito al significato da lui attribuito al suo stile espressivo nella ricerca psicologica: 


“l’unilateralità (...) può però essere eliminata da ciò che ho definito col termine di realizzazione dell’ombra. Per definire questa operazione si sarebbe potuto escogitare facilmente un ibrido greco-latino che avesse un suono meno poetico e più scientifico. Motivi pratici sconsigliano però dall’intraprendere iniziative del genere in psicologia, se non altro quando si tratta di problemi eminentemente pratici. E tra questi problemi rientra la ‘realizzazione dell’ombra’, la percezione della parte inferiore della personalità, che non può essere falsata in un fenomeno intellettualistico perché rappresenta un’esperienza e una sofferenza che coinvolge tutto quanto l’uomo. Il linguaggio poetico ha espresso in modo così calzante e così plastico nel termine di “Ombra” la natura di ciò che dev’essere compreso e assimilato, che sarebbe quasi presuntuoso voler sopprimere l’uso di questo vocabolo così pregnante. Già l’espressione ‘parte inferiore della personalità’ è inadatta e fuorviante, mentre invece il termine ‘Ombra’ non presume niente che lo possa definire quanto al contenuto. ‘L’uomo senz’ombra’ infatti è il tipo d’uomo statisticamente più frequente, che vaneggia d’essere soltanto ciò che preferisce di sé.” Si potrebbe concludere ricordando ancora una volta il sempiterno “Conosci te stesso”.




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